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Anlaids all’Aids 2010: focus su tossicodipendenza, sex worker, gay

23 Luglio 2010

Sotto lo slogan Rights here, right now!, la Conferenza Aids di Vienna si è caratterizzata per una grande attenzione ai diritti umani, soprattutto quelli dei gruppi di popolazione maggiormente esposti al rischio di contagio da Hiv e più marginalizzate dalla società, come i consumatori di droghe iniettive, i sex worker, gli uomini che fanno sesso con uomini (MSM, dall’inglese Men who have Sex with Men).
Riguardo ai primi, oltre a quelle dedicate alla cosiddetta Dichiarazione di Vienna (www.viennadeclaration.com), varie sessioni hanno sottolineato l’importanza di dare spazio a interventi di riduzione del danno, che alcuni paesi, soprattutto dell’Europa dell’Est, ancora guardano con sospetto. D’altra parte Vienna era stata scelta come sede della conferenza proprio per poter parlare meglio a quella parte orientale del Vecchio Continente dove, in alcune zone, proprio per comportamenti legati alla tossicodipendenza si registrano tassi di nuove infezioni più elevati di quelli di molti paesi africani. Particolarmente toccante è stato l’intervento nella plenaria di lunedì 19 luglio della russa Anya Sarang della Fondazione Andrei Rilkov per la salute e la giustizia sociale, che ha illustrato gli sforzi per ottenere trattamenti sostitutivi per tanti ragazzi e ragazze affetti da Hiv.
La comunità dei sex worker ha dato vita a numerose manifestazioni di protesta, chiedendo maggiore attenzione per questo gruppo troppo ingiustamente condannato all’invisibilità. Come ha sottolineato Meena Seshu, dell’organizzazione indiana Sampada Grameen Mahila Sanstha, la criminalizzazione della prostituzione, così come quella del consumo di droghe o dell’omosessualità, si conferma come un grosso ostacolo per far sì che le persone che si dedicano a queste attività possano accedere ai servizi necessari per la loro salute e che, qualora risultassero sieropositivi, ricevano i trattamenti e le cure adeguate. È stata più volte sottolineata la necessità di fornire ai e alle sex worker gli strumenti idonei per la prevenzione, sia dal punto di vista informativo sia di quello dei dispositivi come i profilattici: molto contestato in diverse manifestazioni l’assenza dai programmi finanziati dal Pepfar, il Piano del presidente Usa per l’emergenza Aids, di interventi di distribuzione di profilattici presso questo gruppo di popolazione.
Altre sessioni della conferenza hanno offerto l’opportunità per esaminare studi sulla popolazione omosessuale, dove si continuano a registrare sempre più casi di Hiv ma anche, in alcune zone, una riduzione del tasso di infezioni grazie all’accesso ampio alla terapia antiretrovirale. Una analisi della situazione nella popolazione omosessuale della Danimarca presentata da Susan Cowan ha mostrato come l’impiego del test and treat in questo gruppo abbia permesso di ridurre sensibilmente il tasso di infezioni: tra i gay danesi, il 77% si è sottoposto al test Hiv almeno una volta (il 50-59% nell’ultimo anno), l’80% dei gay sieropositivi sono in terapia e l’85% di questi ha carica non rilevabile. Dal punto di vista epidemiologico, con un numero dei gay sieropositivi totali viventi in continuo aumento e il sesso a rischio sempre più diffuso, come testimonia il numero crescente di casi di clamidia, gonorrea e sifilide, si dovrebbe assistere a un boom di nuove infezioni; e invece le nuove diagnosi tra gli omosessuali ogni anno sono stabili e, siccome la popolazione omosessuale è in crescita, il tasso di incidenza è in diminuzione. La spiegazione degli scienziati è che sempre più persone seguono il trattamento antiretrovirale e sono quindi meno contagiose.
Un modello epidemiologico presentato da Chris Beyrer ha invece dimostrato come, in paesi in cui l’epidemia è guidata prevalentemente da contagi avvenuti in seguito a rapporti omosessuali, avviare interventi efficaci presso la popolazione gay e degli altri MSM porta a una riduzione sensibile dei contagi anche nella popolazione generale. Stephen Lewis, ex inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Hiv/Aids in Africa, ha salutato questo studio come un argomento scientifico inconfutabile che adesso dovrà convincere anche i governi più omofobi ad intervenire per offrire servizi di prevenzione e cura alla popolazione gay e MSM dei loro paesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 
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